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Dal bidone alla bassline: i giovanissimi italiani che costruiscono synth con i rottami elettronici

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Dal bidone alla bassline: i giovanissimi italiani che costruiscono synth con i rottami elettronici

C'è un garage a Brescia che odora di stagno fuso e pizza fredda. Sopra un tavolo di compensato coperto di schizzi e scarabocchi ci sono almeno quaranta componenti elettronici di provenienza ignota, due saldatori accesi, un oscilloscopio preso in prestito da un cugino e Mattia, sedici anni, che sta cercando di spiegare con la calma di un ingegnere della NASA come ha trasformato la scheda madre di un laptop del 2008 in un generatore di onde sonore che «fa un rumore assurdo, tipo un tostapane in crisi esistenziale». Benvenuti nel movimento italiano del synth-trash, dove il cassonetto è il nuovo negozio di strumenti musicali.

La musica comincia dove gli altri buttano

Chiamarlo "fai da te" è riduttivo. Quello che sta succedendo nei garage, nelle camerette e nei laboratori scolastici di tutta Italia è qualcosa di più radicale: una ribellione silenziosa — o meglio, rumorosissima — contro l'idea che fare musica richieda necessariamente budget enormi, abbonamenti a piattaforme DAW da centinaia di euro l'anno o attrezzature di marca. I ragazzi di questa scena si chiamano tra loro trash-makers, e il loro manifesto non scritto è semplice: se lo puoi trovare nel bidone dell'elettronica dismessa, puoi farci musica.

Il fenomeno non è nato dal nulla. In Italia esiste una tradizione consolidata di hackerspace e fablab — da Roma a Torino, passando per Bologna e Palermo — dove l'elettronica amatoriale ha sempre avuto un posto d'onore. Ma quello che è cambiato negli ultimi due o tre anni è il profilo demografico dei protagonisti: sempre più giovani, sempre più connessi tra loro via Discord e TikTok, e sempre più convinti che il riciclo creativo sia una scelta estetica oltre che ecologica.

Un synth nasce da una stampante morta

Lorena ha diciassette anni e vive in provincia di Napoli. Il suo primo sintetizzatore — che chiama affettuosamente «Zio Guglielmo» — è nato dalle viscere di una stampante inkjet che il padre stava per portare all'isola ecologica. «Ho visto che aveva un motore stepper e mi sono ricordata di un video su YouTube dove spiegavano che si poteva usare per generare suoni. Ho smontato tutto, ho collegato un amplificatore fatto con componenti presi da una vecchia radio, e dopo tre settimane di bestemmie e saldature storte avevo qualcosa che suonava». Il risultato è un oggetto che assomiglia vagamente a un Theremin costruito da un artista dadaista ubriaco, ma che produce droni e texture sonore di una qualità sorprendente.

Lorena carica i suoi esperimenti su un canale TikTok dedicato, dove ha già superato i ventimila follower. I video durano tra i trenta secondi e un minuto: lei che mostra il circuito, spiega brevemente cosa ha usato, poi fa partire il suono. «La gente impazzisce. Soprattutto quando capisce da dove vengono i pezzi».

Il circuito come atto politico

C'è una dimensione politica in tutto questo che sarebbe sbagliato ignorare. L'Italia produce ogni anno milioni di tonnellate di RAEE — Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche — e solo una parte viene correttamente smaltita o riciclata. I trash-makers non si presentano come attivisti, ma nella pratica stanno intercettando componenti che altrimenti finirebbero in discarica, prolungandone la vita in forma radicalmente diversa.

Federico, diciotto anni, studente di un istituto tecnico a Torino, ha costruito un sequencer a otto step usando esclusivamente componenti recuperati da tre diversi computer fissi che un negozio di informatica stava per rottamare. «Mi hanno guardato come se fossi matto quando ho chiesto se potevo portarmi via le schede. Poi ho mandato loro un video del sequencer in funzione e mi hanno risposto con una faccina stupita». Federico ora tiene workshop gratuiti nel doposcuola del suo istituto, insegnando ai compagni le basi dell'elettronica applicata alla sintesi sonora.

Suoni che non esistono ancora

Una delle cose più interessanti di questa scena è il suono che ne emerge. Non si tratta di emulare i sintetizzatori analogici classici, né di replicare estetiche già codificate. I circuiti improvvisati, i componenti fuori specifica, i cortocircuiti controllati producono timbri che nessun synth commerciale potrebbe generare, perché nessun ingegnere li avrebbe mai progettati intenzionalmente.

Alessandra, quindici anni, di Milano, descrive il suo approccio come «sbagliare con metodo». «Quando colleghi qualcosa nel modo sbagliato e senti un suono strano, invece di correggere l'errore, lo studi. Cerchi di capire perché fa quel rumore e come puoi controllarlo. Il 90% dei miei suoni migliori sono nati da errori». Questa filosofia ricorda da vicino la tradizione del circuit bending — la pratica di modificare circuiti elettronici per ottenere suoni non previsti — ma la generazione dei trash-makers la porta un passo avanti, costruendo da zero piuttosto che modificare l'esistente.

Comunità, tutorial e il potere del cassonetto condiviso

La scena cresce anche grazie a una rete di condivisione informale che si snoda tra gruppi Telegram, server Discord e canali YouTube in italiano dedicati all'elettronica DIY. Alcuni creator più esperti — spesso universitari o neolaureati in ingegneria — producono tutorial accessibili pensati esplicitamente per chi non ha mai tenuto un saldatore in mano. Il linguaggio è volutamente informale, pieno di humor e di ammissioni di fallimento, perché l'obiettivo non è sembrare professionali ma abbassare la soglia d'ingresso.

Esistono anche scambi fisici: mercatini dell'elettronica usata, gruppi locali dove si condividono componenti, qualcuno che organizza vere e proprie spedizioni ai centri di raccolta RAEE per recuperare materiale prima che venga processato. È un ecosistema ancora giovane e disorganizzato, ma vivo.

Radio Blinko Blanko ci sente

Noi di Radio Blinko Blanko questa storia la sentiamo molto vicina. L'idea che la creatività non abbia bisogno di permessi, budget o marchi approvati è esattamente il tipo di frequenza libera che vogliamo amplificare. Questi ragazzi non stanno aspettando che qualcuno gli dia una chance: si stanno costruendo gli strumenti — letteralmente — per farsi sentire.

Il prossimo synth rivoluzionario potrebbe nascere da un vecchio microonde abbandonato sul marciapiede di Catanzaro. E probabilmente farà un suono che non avete mai sentito prima. Tenetevi le cuffie pronte.

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