Inventori di suoni: i producer italiani che costruiscono strumenti che la fisica non aveva previsto
Photo: doryfour, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un ragazzo a Torino che ha passato tre mesi a insegnare a un vecchio forno a microonde a fare il basso. Non è una metafora. Ha letteralmente aperto il pannello posteriore, ha saldato dei sensori di vibrazione sulla cavità magnetron, ha scritto un patch in Pure Data e adesso quel forno — che non cuoce più niente, per ovvie ragioni di sicurezza — produce un sub grave che fa tremare le pareti del suo monolocale in Barriera di Milano. Si chiama Lorenzo, ha 26 anni, e si definisce con una certa ironia "liutaio del futuro inutile".
Lorenzo non è solo. In tutta Italia, da Palermo a Bolzano, esiste una comunità silenziosa ma rumorosissima di persone che hanno deciso che gli strumenti musicali esistenti non bastano più — o forse semplicemente si sono annoiate di suonare le stesse cose nello stesso modo. Sono producer, sound designer, hacker del suono, artisti visivi con un'ossessione per i decibel. E stanno costruendo strumenti che i manuali di liuteria non hanno mai contemplato.
Quando l'oggetto quotidiano diventa orchestra
La cosa affascinante di questa scena — perché di scena si tratta, anche se non ha ancora un nome ufficiale — è che il punto di partenza quasi mai è musicale. Si parte da un oggetto. Un ombrello rotto. Un tubo dell'acqua. Una vecchia stampante HP che fa quel rumore strano quando si inceppa. Il suono arriva dopo, come conseguenza di una curiosità quasi infantile: ma se ci attacco un microfono? Ma se lo collego a un sintetizzatore modulare? Ma se ci faccio girare sopra un algoritmo di machine learning che ne impara il timbro?
Martina, sound designer freelance di Milano con un passato nel teatro sperimentale, ha costruito quello che chiama il suo "arco idraulico": un sistema di tubi di PVC di diverse lunghezze attraverso cui scorre acqua a pressioni variabili, con microfoni a contatto applicati in punti strategici. L'acqua che scorre produce risonanze diverse a seconda della pressione e della temperatura. Martina controlla tutto da un controller MIDI modificato. Il risultato somiglia vagamente a un organo suonato sott'acqua, ma con qualcosa di biologico, quasi respirante.
"Non mi interessa il suono perfetto," dice. "Mi interessa il suono che non puoi ripetere esattamente uguale due volte. Ogni performance è unica perché l'acqua non è mai identica a sé stessa."
Il software come liutaio
Se gli strumenti fisici hanno una loro poesia fatta di saldature e nastro isolante, il fronte digitale è altrettanto fertile. Una generazione di musicisti italiani ha imparato a usare ambienti di programmazione come Max/MSP, SuperCollider o il già citato Pure Data non per riprodurre strumenti esistenti in forma virtuale — ci pensano già le grandi case software — ma per inventarne di nuovi che non hanno equivalente acustico.
Federico, producer romano di 29 anni con un background nel jazz e un'ossessione per la matematica frattale, ha passato due anni a costruire quello che chiama un "generatore di melodie impossibili": un sistema algoritmico che produce scale microtonali basate su proporzioni geometriche che nessuna tastiera convenzionale potrebbe suonare. "Il pianoforte ha 12 note per ottava," spiega. "Il mio strumento ne ha 53. O 144. Dipende dall'umore."
Il risultato suona alieno, a volte disturbante, a volte di una bellezza che è difficile da razionalizzare. Federico si esibisce live con un laptop e un controller personalizzato che ha costruito lui stesso con dei sensori di pressione ricavati da guanti da lavoro. Ogni pressione delle dita genera una nota diversa, ma la mappatura cambia a ogni concerto.
Ibridazioni: quando il vecchio e il nuovo si fondono male (e suona benissimo)
Una delle correnti più interessanti di questa scena è quella degli ibridatori — musicisti che prendono strumenti tradizionali e li contaminano con elettronica modificata in modi che farebbero inorridire qualsiasi liutaio classico. Violini con pickup piezoelettrici costruiti artigianalmente e collegati a pedali di effetti modificati. Chitarre acustiche con microfoni interni che captano le risonanze del legno e le processano in tempo reale. Fisarmoniche collegate a sintetizzatori modulari che usano il respiro del mantice come sorgente di controllo.
Luigi, di Napoli, suona quello che chiama una "chitarra aumentata": uno strumento acustico a cui ha aggiunto sensori accelerometrici nel manico, un piezo nella cassa, e un sistema di analisi spettrale che gira su un Raspberry Pi nascosto nel vano batteria. Quando inclina la chitarra, il sistema legge l'angolazione e modifica il processing in tempo reale. Quando batte la cassa con il palmo, il sistema riconosce il gesto e triggera sample. "Ho distrutto tre chitarre prima di riuscirci," racconta con una certa soddisfazione. "La quarta ha sopravvissuto."
La comunità che trasmette
Quello che rende tutto questo particolarmente interessante per chi frequenta il mondo dell'audio — e per chi ascolta Radio Blinko Blanko sapendo che le frequenze più belle sono quelle che nessuno ha ancora catalogato — è la dimensione comunitaria di questo fenomeno. Questi inventori si trovano online, si scambiano patch e schemi elettronici su forum dedicati, si incontrano in residenze artistiche, festival di musica sperimentale, spazi occupati trasformati in laboratori.
C'è un Discord italiano dedicato proprio a questo mondo — si chiama "Strumenti Che Non Esistono", con una certa coerenza — dove centinaia di persone condividono esperimenti, chiedono consigli su saldature, postano registrazioni di strumenti ancora senza nome. È un posto dove qualcuno può chiedere "ho collegato un sensore di umidità a un oscillatore, come lo mappo per fare qualcosa di musicale?" e ricevere dieci risposte serie entro un'ora.
"La cosa bella," dice Martina, "è che nessuno di noi viene da un background unico. Ci sono ingegneri, musicisti classici, grafici, cuochi. Quello che ci unisce è che abbiamo smesso di aspettare che qualcuno costruisse lo strumento che volevamo."
Suonare l'impossibile, trasmettere il futuro
C'è qualcosa di profondamente ottimista in tutto questo, se ci si pensa. In un'epoca in cui l'intelligenza artificiale genera musica in pochi secondi e gli algoritmi ci dicono cosa ascoltare, esiste una comunità di persone che risponde costruendo strumenti nuovi con le proprie mani — o con il proprio codice. Non per nostalgia del passato, ma per curiosità del futuro.
Il forno di Lorenzo, l'arco idraulico di Martina, la chitarra aumentata di Luigi, le scale impossibili di Federico: sono tutti modi diversi di dire la stessa cosa. Che il suono non ha ancora esaurito le sue sorprese. Che tra un cucchiaio da cucina e un Raspberry Pi può nascere qualcosa che non ha ancora un nome, ma che fa venire voglia di ascoltare.
E in fondo, di questo si tratta: di suoni che non esistevano ieri, e che domani qualcuno trasmetterà su frequenze che forse non esistono ancora neanche quelle.